La campagna per il Leave non è trumpismo con accento britannico

di Patrick Hannaford, pubblicato il 31 luglio su The Federalist.

Gli elettori del Regno Unito hanno scosso il mondo quando il 23 giugno hanno votato per la Brexit. Poche ore dopo il risultato, giornalisti e commentatori denunciavano a gran voce la nascita presunta di una politica nello stile di Donald Trump su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Questo tentativo di collegare il risultato di un referendum britannico con la politica interna americana è perdurato per settimane, e tra gli ultimi a prendere posizione è stato Johan Norbert del Cato Institute [principale thing-tank libertario degli Stati Uniti, ndt]. Scrivendo su Reason questo mese [luglio, ndt], Norberg lamenta l’ampio sostegno per la Brexit tra i libertari degli Stati Uniti, affermando: “Questo è Trump, solo in inglese britannico e con frasi complete.”

Ma Brexit non era un attacco contro il commercio o l’apertura, è stato un voto di fiducia in se stessi, nella capacità della Gran Bretagna di prosperare al di fuori dell’Unione Europea, e un attacco contro una tecnocrazia antidemocratica, il cui disprezzo per la sovranità popolare ha portato alla crescita di partiti sia di estrema sinistra che di estrema destra in tutta Europa.

Senza dubbio, la campagna Vote Leave ha beneficiato sia di un sentimento anti-establishment sia delle paure per l’immigrazione incontrollata. Ma le similitudini con Trump finiscono qui.

La campagna Vote Leave non è stata condotta da un roboante outsider della politica ma da un ex sindaco di Londra e ex-Etoniano, Boris Johnson, ed un membro di spicco del governo conservatore, Michael Gove.

Lungi dal difendere un’agenda anti-commercio, Vote Leave, e anche la campagna non ufficiale guidata da Nigel Farage, ha sostenuto all’unanimità la continuazione del commercio con l’Europa. Hanno anche difeso la possibilità di rapporti commerciali più forti con i paesi extraeuropei dopo la Brexit. Questo era un aspetto cruciale della campagna ed è stato rivendicato dal momento in cui la votazione ha avuto luogo, con 11 paesi che hanno espresso interesse per la firma di accordi bilaterali di libero scambio con il Regno Unito indipendente.

Ma i temi centrali della campagna di Vote Leave erano i principi della responsabilità democratica e della sovranità popolare, incapsulati nel slogan della campagna “riprendere il controllo”. Questo è stato anche l’unico grande motivo che gli elettori della Brexit hanno citato, come dimostra un’analisi completa di Lord Ashcroft Polls che evidenzia come quasi la metà (49 per cento) dei sostenitori del Leave abbia detto che il motivo principale per il voto per l’uscita era “il principio che le decisioni circa il Regno Unito dovrebbero essere prese nel Regno Unito”. Solo un terzo (33 per cento) ha detto che il motivo principale era che lasciare “avrebbe offerto migliori possibilità per il Regno Unito di riprendere il controllo dell’immigrazione e dei suoi confini.”

Questo non significa negare che gli attivisti per la Brexit abbiamo fatto dichiarazioni non-libertarie – questi sono i politici di cui stiamo parlando. Ma paragonate questo con la campagna anti-commercio, pro-muro di Trump è un’assurdità, per non dire altro. E allora perché Norbert sostiene che i libertari statunitensi stiano sbagliando a festeggiare il risultato?

Norberg attribuisce il supporto alla Brexit tra libertari degli Stati Uniti ad “confronto americano troppo semplicistico tra i governi federali americano ed europeo.” Citando la dimensione della burocrazia dell’UE – la Commissione europea impiega sole 33.000 persone, meno della previdenza sociale americana – ed il suo bilancio come percentuale del PIL europeo – solo l’1%, rispetto al 20% del PIL per il governo federale degli Stati Uniti – Norberg sostiene che l’influenza negativa dell’Unione Europea sia esagerata e che i governi nazionali siano di gran lunga una maggiore causa di lungaggini burocratici.

Ma non è un confronto preciso. L’influenza dell’Unione Europea è prevalentemente esercitata attraverso leggi e direttive agli Stati membri, non attraverso i programmi diretti da Bruxelles.

Un quadro più chiaro dell’influenza dell’UE è la percentuale di leggi britanniche che hanno origine a Bruxelles. Le stime per questo variano dal 13% al 65%. Secondo la biblioteca della Camera dei Comuni, questa enorme discrepanza esiste perché “non esiste un modo del tutto preciso, razionale o utile del calcolo della percentuale di leggi nazionali basate su o influenzate dall’UE.” Qualunque sia la cifra esatta, l’ambito di influenza comunità supera nettamente la proposta di Norberg.

Ha comunque ragione nella sua valutazione che l’Unione Europea è “in nessun modo uguale” al governo federale degli Stati Uniti. Quest’ultimo, con tutti i suoi difetti, è un’istituzione democratica, mentre l’UE è completamente anti-democratico.

Non solo il potere legislativo a Bruxelles è investito dalla Commissione europea non eletta – il Parlamento europeo eletto è in gran parte impotente – ma ha anche una lunga storia di sordità rispetto ai risultati del referendum che non vanno nella direzione voluta. Ciò si è verificato quando gli elettori francesi e olandesi hanno respinto il Trattato costituzionale, che è stato poi ribattezzato Trattato di Lisbona ed implementato. Sono gli irlandesi hanno dato un voto di ratifica del Trattato di Lisbona (in quanto la loro costituzione lo richiedeva) e sono stati spinti a votare una seconda volta dopo aver dato la “risposta sbagliata” al primo tentativo.

Questo stesso disprezzo per gli elettori è sorto sulla scia di Brexit con diversi politici e avvocati pro-EU che chiedono che il voto venga ignorato. Esempi ancor peggiori di disprezzo dell’Unione Europea per la democrazia sono i colpi de facto in Italia e in Grecia, dove le pressioni comunitarie hanno portato alla sostituzione di governi democraticamente eletti nel 2011. A prendere il posto di politici eletti sono stati l’ex commissario europeo Mario Monti nel caso italiano e l’ex vice presidente della Banca centrale europea Lucas Papademos nel caso greco. Nessuno dei due era stato eletto, non avevano mai avuto incarichi nazionali nei rispettivi paesi.

Con tali precedenti, non c’è da stupirsi che gli elettori del Regno Unito – un paese con una lunga e affezionata storia di democrazia parlamentare – si siano presentati alle urne con le percentuali più alte dal 1992 per dare un mandato alla Brexit.

Niente di tutto questo scredita gli argomenti di Norbert secondo cui l’UE abbia favorito l’apertura tra gli Stati membri. Né che l’adesione sia stata un beneficio netto per le loro economie nel corso del tempo – anche se questo è difficile da vedere nel caso della Grecia o di altri paesi dell’Europa meridionale le cui economie crisi sono state devastate dall’Euro.

Ma questo mette in evidenza la lezione chiave che dobbiamo imparare dallo stato del progetto europeo: calpestare il sentimento pubblico per imporre l’apertura ad elettorati nazionali separati, distinti e spesso scettici è inevitabilmente controproducente. Il progresso richiede accettazione democratica.

Che sia per ignoranza o disprezzo per questo, l’approccio dell’UE ha portato alla nascita di estremismi in tutto il continente, sia il governo di Fidesz di Viktor Orbán in Ungheria, sia Syriza e, in misura minore, Alba Dorata in Grecia, sia il Fronte Nazionale in Francia siano i tanti altri partiti estremisti in tutta Europa. Tutti hanno beneficiato di un contraccolpo anti-europeista più simile a Trump che alla Brexit.

Se l’Unione europea imparasse questa lezione e attuasse le riforme di cui ha disperato bisogno i suoi giorni migliori potrebbero essere ancora da venire. Se non lo dovesse fare, allora Brexit sarà l’ultimo dei suoi problemi. In entrambi i casi, gli elettori britannici avevano diritto di votare Leave e i libertari negli Stati Uniti (e altrove) hanno ragione di festeggiare.

 

© The Federalist

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Gabriele Carrer

Giornalista @ La Verità.