Liberalismo di comunità: la ricetta di Booth per il centrodestra italiano

Durante MegaWatt, la convention del centrodestra organizzata nel fine settimana a Milano da Stefano Parisi, c’è stato un po’ di “Fumo di Londra” con la proiezione della video-intervista a Philip Booth, direttore dell’Institute of Economic Affairs di Londra e professore alla St. Mary’s University di Twickenham. Maurizio Crippa sul Foglio così ha raccontato la testimonianza: «Il succo del suo ragionamento, applicabile anche all’Italia, è che il mondo del welfare è finito, ma per sostituirlo non basta un generico “liberismo”, tutto sbilanciato sui diritti individuali. È contro questo – fine del welfare e risposte non compiute della società dei diritti – infatti, che in tutto il mondo, Usa compresi, monta il cosiddetto populismo. Serve, secondo Booth, un liberismo-liberalismo che riscopra “la comunità”, nel senso dell’insieme sociale non solo ridotto a individualità, ma a una rete di responsabilità collettive».

Di seguito trovate l’intera testimonianza del professor Booth (grazie ad Alessandro Banfi).

«Negli ultimi 100 anni lo Stato britannico ha sviluppato un imponente Stato sociale, la spesa totale sociale in Gran Bretagna è circa il 45% del reddito totale. E una parte consistente di questa spesa è per funzioni sociali primarie come pensioni, salute, sistema scolastico e forme di integrazione del reddito. Questo sviluppo è relativamente recente, nel senso che fino a 100 anni fa lo Stato non aveva questo tipo di preoccupazione verso il cittadino, non era il principale erogatore di servizi educativi e servizi sanitari, non il principale erogatore di aiuti finanziari per i bisognosi. Sotto molti aspetti quindi lo Stato ha assorbito funzioni che prima erano della società civile o della Chiesa: in passato la Chiesa era la principale fonte di servizi educativi e sanitari, e la famiglia, la rete allargata dei rapporti familiari e sociali era la principale fonte di welfare.
In Gran Bretagna perciò prima dello sviluppo del Welfare State c’era una ricca rete, un ricco tessuto di istituzioni a cui la classe lavoratrice apparteneva e che interveniva in caso di bisogno, per esempio in caso di infortunio sul lavoro, o quando perdevano il lavoro. Questa rete di aiuto chiamate società di mutuo soccorso avevano circa 7 milioni di membri al tempo, coprivano un enorme porzione dei lavoratori del tempo. Molte delle critiche che vengono fatte oggi al Welfare State riguardano il fatto che disincentivi il lavoro, richieda una pesante tassazione e disincentivi la formazione della famiglia, ma anche che sia burocratica, semplicemente eroghi alle persone un trasferimento di reddito ma poi lasci le persone sole a risolvere il loro problema. Le persone restano intrappolate nella burocrazia e non riescono ad ottenere i servizi cui hanno diritto perché non c’è un’altra istituzione che li può aiutare, finiscono per dover contare sulla beneficenza o addirittura finire letteralmente sulla strada.
Le istituzioni alternative che esistevano prima del Welfare State erano le società di mutuo soccorso e altre istituzioni simili erano istituzioni forti in termini di come costruivano comunità. Le persone che ad esempio svolgevano la stessa occupazione o che vivevano in un certo luogo diventavano membri della società, pagavano il contributo, e la società forniva aiuto in caso di bisogno. Ma non solo aiuto monetario, che è il tipo di aiuto che si tende ad avere dal Welfare State, ma poteva anche essere ad esempio aiuto per una ri-qualificazione per rimettersi in piedi e trovare un altro lavoro, eccetera. Le società di mutuo soccorso erano le istituzioni centrali attorno a cui si creavano legami di comunità…
Lo Stato sociale al contrario è una istituzione molto individualistica, contro-intuitivamente. In fondo lo Stato sociale dice: se hai abbastanza soldi non hai bisogno di aiuto, sopravvivi da solo, va bene. Invece se non hai abbastanza soldi allora eroghiamo un trasferimento di reddito, cosicché tu possa badare a te stesso, ti diamo quella quota di reddito, che sia il sussidio per il cibo, la casa, il vestiario e le tue necessità di vita. Bypassa completamente quelle che era la grande rete delle vecchie istituzioni della società civile a cui la gente si rivolgeva in caso di bisogno, e anche bypassa la famiglia.
Ora il governo conservatore a partire dal 2010 ha sviluppato la cosiddetta “politica della big society”, sperando di riportare in vita molte delle istituzioni che esistevano prima del Welfare State. Questa politica non ha avuto successo, ci sono stati alcuni pochi progetti che hanno avuto un successo limitato in alcune aree, ma in fondo niente è cambiato: lo Stato resta il principale erogatore di welfare, di servizi scolastici e di sanitari, e non sembra che le cose possano cambiare a breve. La cosa interessante è che sotto molti punti di vista questa politica del governo conservatore, o il governo di coalizione a partire dal 2010, si accordava con la dottrina sociale cattolica. Spesso si pensa che le chiese e le persone religiose debbano credere in un grande Stato, grande abbastanza perché possa assistere e aiutare i poveri, uno Stato che imponga tasse ai ricchi per dare cure sanitarie e sistema di istruzione ai poveri. Non è così che pensa la dottrina sociale cattolica. Ciò che la dottrina sociale cattolica propone è una società efficace attraverso cui le istituzioni, la famiglia, la Chiesa e altre istituzioni aiutino le persone in termini di bisogni. Non è affatto la stessa cosa che una grande burocrazia di Stato che tassa un gruppo di persone per provvedere un reddito ad un altro gruppo di persone».

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Gabriele Carrer

Giornalista @ La Verità.