Theresa contro Boris: verso l’indefinito Brexit e oltre

Giovedì sera Boris Johnson, leader della campagna per il Leave e segretario di stato britannico agli esteri, ha annunciato che il processo formale per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea inizierà all’inizio del 2017. Il capo della diplomazia di Londra ha utilizzato l’avverbio “probabilmente” parlando dell’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona che regola il processo di uscita di uno stato membro dall’Unione Europea. Si tratta di un tema ancora “oggetto di discussione”, secondo Johnson, sul quale è immediatamente intervenuto un portavoce del primo ministro Theresa May che ha precisato che Brexit inizierà “non prima della fine di quest’anno”.

Questo piccolo incidente diplomatico tra Downing Street e gli Esteri del Regno rivelano le incertezze del primo ministro che continua a tergiversare circa la data dell’avvio della procedura. Seppur senza risparmiare qualche critica all’UE, Theresa May era l’unico candidato forte alla successione di David Cameron che avesse fatto campagna per il Remain e dopo i tradimenti e le debolezze dei sostenitori del Leave ha conquistato il governo con lo slogan “Brexit means Brexit”, Brexit significa Brexit: se gli elettori hanno detto Leave, Leave sarà. Questa retorica ha un problema: che cosa significano Brexit e Leave per la May? Certo, non dipende solo da lei ma anche dai partner europei, ma questo silenzio e questo tergiversare stanno spazientendo i sostenitori della Brexit, quelli che “si deve attivare l’articolo 50 subito”.

Ad inizio ottobre ci sarà la conferenza di partito. Manca una settimana, una settimana durante la quale potrebbero iniziare le pressioni dei giornali conservatori e sostenitori del Leave nei confronti del premier affinché chiarisca cosa intende per uscita e quando la macchina della Brexit si metterà ufficialmente in moto.

Nelle stesse ore dell’annuncio di Johnson sono emerse le accuse di Alan Duncan, un ministro del suo dipartimento, che hanno creato imbarazzo a Whitehall. Secondo Duncan l’ex sindaco di Londra avrebbe sposato la causa dell’uscita per puro carrierismo: voleva perdere il referendum sul filo di lana per raccogliere l’eredità di Cameron e diventare nuovo primo ministro. Le dichiarazioni, che risalgono alla vigilia del referendum, sono state trasmesse in un documentario intitolato “Brexit: a very British coup?” da BBC Two. David Cameron era stato accusato di aver indetto il referendum solo per far fuori Boris Johnson: queste dichiarazioni, se confermate (cosa assai remota), dimostrerebbero il contrario, ossia una posizione assunta dall’ex sindaco di Londra al solo scopo di scalare il partito ed eliminare lo storico amico/nemico. Già, Brexit sarà anche una partita politica: se May non affronterà la questione con decisione potrebbe rischiare di subire la rabbia di chi difende il voto degli 52% degli elettori britannici.

Post tratto dall’edizione di sabato 24 settembre della newsletter “Fumo di Londra”.

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Gabriele Carrer

Giornalista @ La Verità.