La politica estera di Boris Johnson alla prova di Assad

Perché il governo britannico tace su Aleppo? Questa è la domanda a cui cerca di dare una risposta il settimanale conservatore britannico Spectator, che fu diretto per sei anni, dal 1999 al 2005, dall’attuale ministro degli Esteri di Sua Maestà ed ex sindaco dalla capitale Londra, Boris Johnson. “La Gran Bretagna del post-referendum dovrebbe avere un ruolo maggiore  negli affari globali”, si legge in un editoriale del numero in edicola questa settimana. Nelle ultime due settimane Johnson ha preso posizione contro la Russia di Vladimir Putin ed il suo caro alleato, il dittatore siriano Bashar al Assad. Il capo della diplomazia britannica ha sottolineato, unendosi al coro proveniente dall’altra sponda dell’Atlantico, che Mosca potrebbe essere colpevole di crimini di guerra e che il “macellaio di Damasco” (dal titolo di un libro di Anna Momigliano) è un impedimento ad ogni tentativo di pacificazione della Siria. La scorsa settimana Johnson ha rincarato la dose dichiarando che si recherà in visita a Mosca solo “quando la Russia riuscirà a trovare un modo per abbandonare il suo sostegno ad Bashar Assad”.

Ma – sfortunatamente – la crisi umanitaria di Aleppo è un tema di ultimissimo piano nel dibattito pubblico e politico del Regno Unito, una questione che viene appena menzionata durante le conferenze di partito (vedremo fra qualche giorno se i conservatori si allineeranno in questo a laburisti e liberal-democratici). Scrive lo Spectator che non vi è alcun segno di un politica estera britannica capace di affrontare le crisi umanitarie in paesi lontani in guerra. Lo scoppio del conflitto tra Assad ed i ribelli, cinque anni fa, ha segnato un’inversione di tendenza nella politica occidentale in Medio Oriente. Dopo le lunghe e faticose campagne di Afghanistan e Iraq, gli Stati Uniti hanno fatto un passo indietro. La coalizione britannica, più interessata alla Libia, ha fatto lo stesso. Tutti speravano in una rapida sconfitta di Assad, senza pianificare il futuro (come accaduto dopo la caduta di Gheddafi – lunghi da me, sia chiaro, chiarissimo, avere nostalgie di un dittatore sanguinario, di uno stupratore seriale, di uno dei massimi finanziatori dei gruppi terroristici che per decenni hanno seminato il panico in tutt’Europa).

Ma è evidente che anche il “non intervento ha delle conseguenze”. La battaglia per Aleppo si sta trasformando in una battaglia per procura in stile Guerra Fredda tra Stati Uniti e Russia. L’America non sta vincendo, anzi, e Putin sostiene di agire come mediatore di pace, pur stando dalla parte di Assad. “L’Occidente è maledetto se interviene in lotte di potere nel Medio Oriente e maledetto se non lo fa”, continua lo Spectator. La Libia è stato un fallimento, certo: non si è programmato il dopo e da lì è nato uno Stato fallito che ha lasciato un enorme arsenale di armi nelle mani dei miliziani dell’Isis. Con gli Stati Uniti in ritirata, la speranza dello Spectator e di molti neoconservatori (specie in via d’estinzione) britannici è di rivedere un Regno Unito protagonista nel mondo, a partire dal Medio Oriente, come esportatore di democrazia. Intervenire costa ma rimanere immobili costa di più.

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Gabriele Carrer

Giornalista @ La Verità.