Con Trump ritornano gli anni Ottanta per Stati Uniti e Regno Unito?

Sul blog conservatore ConservativeHome, Iain Duncan Smith (parlamentare, ex segretario di stato, ex leader di partito e una delle menti della Brexit) racconta l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca come la possibilità per ricostruire la “special relationship” tra Regno Unito e Gran Bretagna. Secondo IDS non importa quanto piaccia ai britannici Trump, è fondamentale comprendere la grande occasione per “plasmare il futuro”, dopo gli otto anni in cui Obama ha trascurato gli storici rapporti con Londra, equiparando la Gran Bretagna agli altri stati europei, e ha negato il suo interesse ad un accordo bilaterale dopo il voto per la Brexit. E avere da gennaio alla Casa Bianca un Donald Trump che ha accolto entusiasticamente il Leave britannico e ha promesso che la sua vittoria sarebbe stato “una Brexit all’ennesima potenza” non può che essere di buon auspicio per chi la pensa come Iain Duncan Smith.

Un’opinione abbastanza contrastante circa il rapport Brexit-Trump l’ha espresso sulle colonne del Times Tim Montgomerie che ha evidenziato come molti dei sostenitori della Brexit fossero grandi sostenitori del libero commercio. Invece, “Trump si oppone alla globalizzazione nella maggior parte delle sue forme”. Montgomerie sottolinea inoltre come i leader della campagna per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea non abbiamo mai promesso divieti d’ingresso per i musulmani, muri da costruirsi al confine con l’Irlanda. Secondo il columnist “la vittoria di Trump non è Brexit plus, ma Brexit meno, meno, meno”.

Ma comunque il giorno dopo la vittoria su Hillary Clinton, Donald Trump ha chiamato il primo ministro britannico Theresa May auspicando un incontro il prima possibile e sperando di aver trovato la sua Maggie: lui erede di Ronald Reagan, lei di Margaret Thatcher. Secondo il leader del partito indipendentista Nigel Farage, inizialmente dato come ponte tra Londra e Washington non prima di essere perentoriamente accusato dal governo britannico di protagonismo ingiustificato, Trump avrebbe atteso a chiamare il numero 10 di Downing Street per via di alcune tensioni con alcuni alti membri del governo conservatore, leggasi il ministro degli esteri Boris Johnson, in passato critico verso Trump. Malignità? Tutto può essere. Intanto registriamo l’interesse di Farage, attualmente leader ad interim del partito, ad entrare nella questione, forse in vista della prossima decisione dello Ukip circa la nuova guida con conseguente disoccupazione di Nigel.

A rischiare il posto è ora Sir Kim Darroch, da gennaio di quest’anno ambasciatore britannico a Washington (già noto per una posa da robot, o da pinguino come preferite, durante il primo incontro con il presidente americano Obama), accusato da Trump ma anche dal governo di Londra di non aver considerato a sufficienza l’ipotesi di vittoria del biondo magnate e di aver per questo trascurato la coltivazione di buoni rapporti, come riporta sul Daily Telegraph James Kirkup. Intanto, Boris Johnson ieri ha fatto segnare un cambio di passo, invitando i delusi della vittoria elettorale di Trump a finirla con la loro lagna collettiva e, parlando al telefono con il vicepresidente eletto Mike Pence, ha sottolineato l’importanza della “special relationship” tra i due paesi.

Ma allora, come si chiede Politico, può la Gran Bretagna far leva sull’entusiasmo di Trump per la Brexit, oltre che sul suo orgoglio per le radici scozzesi, per riaccendere la chimica di grande amore politico degli anni Ottanta? Non è un’idea così folle, scrive Politico. Dopo il voto Leave, la Gran Bretagna ha bisogno di un amico potente per scongiurare difficoltà geostrategiche ed economiche. Che cosa potrebbe far gola a Trump? Un dato: un quarto delle esportazioni degli Stati Uniti verso l’UE sono dirette nel Regno Unito. E con l’economia europea che fatica a crescere e lo scetticismo sul TTIP ecco spalancarsi le porte per l’accordi bilaterale USA-UK.

Come scrive Paola Peduzzi sul Foglio,

la “connection” tra i due è apparsa subito immediata: nella notte della vittoria, Trump ha fatto un discorso rassicurante e finanche ottimista in cui parlava direttamente ai “dimenticati”, a chi si sente tradito dalla politica, offrendo protezione. Theresa May, all’indomani della nomina a Downing Street nel luglio scorso, disse le stesse cose, fece appello alla “working class”, rilanciò il Partito conservatore come il partito dei lavoratori, e disse che nulla sarebbe stato più deciso senza avere a cuore gli interessi dei “dimenticati”.

Che cosa potrebbe andare storto tra i due? Quella linguaccia vendicativa di Nigel Farage che potrebbe sconsigliare a Trump di aprire troppo le porte a May e la vicinanza del presidente eletto con la Russia, da sempre nel mirino di Boris Johnson per la situazione dei siriani ad Aleppo e la strenua difesa del dittatore di Damasco Bashar Al Assad. Un altolà potrebbe arrivare anche da Londra, con Theresa May non troppo convinta di lavorare a stretto contatto con Trump per via delle divisioni che la sua amministrazione potrebbe generare negli Stati Uniti con risonanza mondiale.

Ma continua Peduzzi,

probabilmente nella definizione del “modello britannico” di legame tra Inghilterra e Ue la predilezione di Trump per Farage potrebbe avere delle conseguenze, ma questo è il momento dei buoni consigli e della collaborazione: May potrebbe moderare Trump, scrive Tom Newton Dunn sul Sun, e Trump potrebbe emergere come un grande alleato, commenta il Times. E Londra fa i suoi calcoli: con l’America trumpiana ci possono essere accordi commerciali favorevoli e, se la politica dell’isolazionismo dovesse concretizzarsi, magari il Regno Unito potrà riscoprire un ruolo egemone nel mondo, di compensazione dell’assenza americana, persino con la bistrattata Europa.

Resta da capire quanto Donald assomigli a Ronald e quanto Theresa a Margaret. A giudicare dalle promesse elettorali Trump è più isolazionismo e meno internazionalista di Reagan, mentre a vedere i primi mesi a Downing Street May ha qualche venatura post-liberale e social-conservatrice in più rispetto alla super-liberale Thatcher. Le possibilità di una special relationship 2.0 ci sono ma il 2016 non sono gli anni Ottanta, le richieste dei cittadini non sembrano essere più quelle. E la “working class” è arrabbiata, negli Stati Uniti così come nel Regno Unito.

Sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco scrive, in merito al paragone Trump-Reagan,

niente di più sbagliato. Donald Trump è l’opposto di Ronald Reagan e anche se annacquerà — come sicuramente dovrà fare — i suoi propositi, molto difficilmente gli storici del futuro potranno trovare consonanze fra la sua Amministrazione e quella che fu dell’ex attore ed ex governatore della California: colui che ricostituì la potenza dell’America dopo il Vietnam e il Watergate, che mise con le spalle al muro l’Unione Sovietica favorendo così indirettamente l’ascesa di Mikhail Gorbaciov e del suo gruppo, che restituì ottimismo e fiducia in se stesso e nei propri principi liberali non solo al suo Paese ma al mondo occidentale nel suo insieme. Trump è un’altra cosa: esprime il desiderio di tornare a quella tradizione isolazionista che prevalse nell’America fra le due guerre mondiali, la volontà di porre termine alla «grande anomalia» che è stata, rispetto alla storia americana passata, la partecipazione permanente agli affari mondiali dopo il 1945, l’esercizio di un’egemonia internazionale fondata sui due pilastri delle alleanze militari (la Nato per prima e, con essa, il cruciale rapporto politico-militare con l’Europa) e del libero scambio. Già con Obama, all’inizio del suo primo mandato, nel mezzo della più grave crisi economica del dopoguerra, e dopo gli interventi in Afghanistan e in Iraq, una certa vocazione isolazionista, e una volontà di allentare i tradizionali, speciali rapporti con l’Europa, si erano manifestate. Ma nulla di paragonabile a quanto Trump ha promesso di fare.

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Gabriele Carrer

Giornalista @ La Verità.