Tony Blair per il 48%

Tony is back: l’ex primo ministro britannico ritorna dall’esilio con una lunga intervista al direttore del New Statesman, settimanale progressista, e vuota il sacco su Trump, sulla Brexit e sulla sua visione politica. Prima domanda, secca di Jason Cowley: “Stiamo entrando nell’era post-liberale? Se sì, perché così tante persone rifiutano il liberalismo?”. Prima di vedere cosa pensa Blair serve una precisazione: il termine liberalism nel Regno Unito (e non nella lingua inglese perché la questione negli Usa è ancor più complessa) non si riferisce solamente al liberalismo di destra del libero mercato, bensì anche ad un approccio liberale da sinistra, quell’ideale sdoganato nel Partito Laburista dalla rivoluzione di Tony Blair negli anni Novanta quando spostò al centro del panorama politico il Labour (riabilitandolo e regalandogli 13 anni di governo ininterrotto) abbattendo il mantra del mercato che è brutto, sporco e cattivo. Nel New Labour di Blair il mercato era un ottimo generatore di ricchezza che però, e qui sta la differenza con i conservatori, ha bisogno dell’intervento dello stato per ripartirne i frutti per tutti i cittadini.

“Works for everyone” è la frase più ripetuta dal governo conservatore guidata da Theresa May. Che cosa deve funzionare per tutti? Liberalismo e globalizzazione. Far sì che questi due elementi della modernità riescano a convivere e a funzionare per tutti è la missione del primo ministro. Blair riconosce l’esistenza crisi di fiducia da parte dei cittadini di tutto il mondo verso la globalizzazione. Una crisi alla quale, guardando agli Stati Uniti, la destra offre una risposta di chiusura mentre la sinistra è vista come incapace di affrontare seriamente la discussione.

Parlando della sua Gran Bretagna, Blair non nasconde le speranze che la Brexit possa essere fermata. Non tornerà in campo direttamente ma vuole comunque essere il portavoce del 48% di elettori che ha votato per il Remain. Come detto il mese scorso in un’intervista alla rivista Esquire, il paese rischia di trasformarsi in uno “stato a partito unico”. I laburisti di Corbyn non difendono gli sconfitti del voto per la Brexit in quanto più interessati a trasformare il partito spostandolo a sinistra, lasciando così ampi spazi ai conservatori di Theresa May. Con i liberal-democratici ancora alle prese con i postumi della disfatta elettorale dell’anno scorso, chi sostiene le ragioni europeiste?

Il Foglio ha pubblicato una mia intervista a Matt Kelly, direttore del The New European, «il settimanale-sensazione di quest’anno: nasceva come un esperimento temporaneo, pochi numeri per urlare il rimpianto di un referendum perduto e poi basta, invece continua a uscire in edicola e nel tempo è diventato il megafono non soltanto del 48 per cento degli inglesi anti Brexit, ma anche di chi in Europa è contrario all’uscita del Regno Unito dall’Ue e respinge l’assalto populista». Sulle pagine del settimanale sono di casa Blair, il suo portavoce Alastair Campbell ed il leader dei lib-dem Tim Farron. Kelly fa notare che «C’è una forte coalizione di conservatori, liberaldemocratici e laburisti che sta facendo di tutto per evitare lo choc per l’uscita del paese dall’Ue. Non penso che nell’immediato nascerà un nuovo partito, piuttosto un gruppo europeista transpartitico che potrà difenderà le ragioni di una “soft” Brexit in attesa delle prossime elezioni generali». Solo la sconfitta dei laburisti, sempre più a sinistra, nel 2020 potrà offrire l’occasione per rifondare un Labour sui valori liberali e globalisti. Intanto, Blair ed i suoi alleati provano quantomeno ad evitare una Hard Brexit.

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Gabriele Carrer

Giornalista @ La Verità.