Perché la politica del cross-dressing?

La scorsa settimana vi ho raccontato il ritorno in campo dell’ex premier Tony Blair che giovedì ha annunciato la nascita di una nuova organizzazione. Il Tony Blair Insititute non è un think tank, ha specificato l’ex primo ministro laburista, ma un’unità politica, una piattaforma progettata per costruire una nuova agenda politica per il centro, dopo i terremoti politici come la Brexit, l’elezione di Donald Trump e l’esplosione dei movimenti populisti tutto il continente europeo. Penso sia ormai chiaro: viviamo tempi in cui la politica è liquida, l’era dei populismi di e da destra, il periodo in cui chi cerca un centro difficilmente lo trova mentre la sinistra arranca alla ricerca di un’invenzione che la rinnovi.

Mentre Blair cerca di ricreare qualcosa al centro (nella mia intervista per il Foglio al direttore del The New European c’è molto di questo), il primo ministro conservatore Theresa May guarda oltre la sua parte politica. Ad ottobre il Mirror ha pubblicato un giochino diverte: scopri chi ha detto queste frasi tra il premier ed Ed Miliband, candidato premier laburista nel 2015 su posizioni molto più “a sinistra” del New Labour blairiano. Tra le frasi in questione c’è questa: «Riequilibrare la nostra economia è un inizio, ma se siamo decisi a ribaltare alcune delle ingiustizie e delle barriere che impediscono alla working class migliorare le loro condizioni, abbiamo bisogno che la riforma economica vada di pari passo con una vera e profonda riforma sociale». Non vi lasci con il fiato sospeso, questa citazione è tratta dal discorso di Theresa May alla conferenza dei conservatori di inizio ottobre. In quella stessa occasione disse anche che è giunto il tempo di «rifiutare gli schemi ideologici della sinistra socialista e della destra libertaria».

Sorpresi? Non è finita. Nick Timothy, capo di gabinetto di Theresa May, scrisse nove mesi fa quello che oggi è considerato il manifesto del “maysmo” in cui criticava l’incapacità del partito di ascoltare la gente normale: «Dobbiamo chiederci che cosa il Partito conservatore può offrire, nel 2016, ai ragazzi della working class di Brixton, Birmingham, Bolton e Bradford. Se riusciamo a dare una risposta a questa domanda, non potremo sbagliare troppo». Non è ancora sufficiente? Per il Foglio ho intervistato Matthew Taylor, consulente per il lavoro del premier Theresa May, simbolo della stagione politica di “cross-dressing” inaugurato dalla signora di Downing Street: il primo ministro è infatti disposta cambiare le vesti di alcuni consulenti per risolvere i problemi del paese. Taylor, infatti, è stato per anni consulente laburista e dell’ex premier Tony Blair. «Il primo ministro difende il libero mercato ma cerca soluzioni alla richiesta che funzioni per tutti», mi ha detto Matthew Taylor analizzando la risposta di Theresa May all’avanzata dei populismi.

Nell’era della politica liquida Theresa May non si fa problemi a cambiare vestito ai conservatori spostandoli un po’ più a sinistra e ai laburisti attirandoli verso di sé. Ma non si tratta solo di una ricetta per il paese: è infatti anche una ricetta per il consenso. Lei, non eletta dai cittadini, ha la necessità di allargare quanto più possibile il suo consenso. Può riuscirci se realizza un accordo positivo per il paese sulla Brexit e se riesce a mettere un freno all’immigrazione, centrale tra le ragioni della vittoria della Brexit a giugno: così frenerebbe il populismo da destra dello Ukip. Le difficoltà dei laburisti, sempre più movimentisti e spinti a sinistra dal leader Corbyn, e quelle dei libdem, incapaci di risorgere e rappresentare gli europeisti, la aiutano.

Qualche controindicazione c’è, oltre ai sempre possibili fallimenti politici: il Partito conservatore è spaccato sulla Brexit come dimostrano le recenti tensioni nel governo. Spaccature pronte a riemergere alle prime difficoltà.

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Gabriele Carrer

Giornalista @ La Verità.