Prime tensioni tra Boris e Theresa sulla politica estera

Tutto nasce da un’affermazione di giovedì del segretario agli Esteri britannico Boris Johnson che ha accusato l’Arabia Saudita di agire come un «burattinaio» in Medio Oriente, combattendo «guerre per procura» e abusando dell’Islam per i suoi scopi. Mediante un portavoce, il premier Theresa May, di ritorno da una visita nel Golfo Persico, ha replicato tramite un portavoce che «sono le opinioni del ministro». Ieri sera Johnson ha difeso la sua posizione segnando ancor di più la distanza con il primo ministro e diversi deputati conservatori hanno difeso l’ex sindaco di Londra. Contro di lui si è espresso invece Sir Malcolm Rifkind, ex segretario degli Esteri conservatore, che ha sostenuto a BBC Radio 4 che Johnson non aveva il diritto di fare dichiarazioni pubbliche che sono «completamente in contrasto con la linea del governo» e ha difeso lo schiaffone del primo ministro aggiungendo che il temperamento potrebbe giocare brutti scherzi a Boris circa la sua permanenza al Foreign Office. Rifkind ha in pratica messo in dubbio l’ormai famoso to be fit di Johnson, l’essere adatto al ruolo (prima unfit era Berlusconi per l’Economist, poi lo è stato per molti giornali Trump).

Il primo ministro ha chiamato il capo della diplomazia, impegnato in un tour del Medioriente che farà tappa oggi in Arabia Saudita, anche se gli addetti ai lavori del governo hanno insistito che non si è trattato di una «lavata di capo». Secondo le ricostruzioni della stampa britannica gli alleati di governo di Johnson sono convinti che Theresa May veda nel capo del Foreign Office un pericoloso rivale politico e per questo stia cercando a più riprese di metterlo in difficoltà pubblicamente. Johnson, prima del tradimento del suo braccio destra nella campagna per la Brexit Michael Gove, era il favorito per il numero 10 di Downing Street. Dopo la coltellata si è ritirato e ha accettato il posto agli Esteri offertogli dalla May, speranzosa di arginarne l’esuberanza nella corsa verso le future elezioni del 2020 quando il suo ruolo da leader del partito potrebbe essere messo in discussione, soprattutto per quanto riguarda la gestione della Brexit. Anche perché lei, seppur critica, era schierata per il Remain.

Gli scontri e le frizioni tra i due sono cosa assai nota e Johnson ha sostenuto che l’essere continuamente nel mirino di battute e frecciatine potrebbe minare non solo il suo, ma quello dell’interno Foreign Office. Come ricostruisce Paul Goodman, direttore del blog ConservativeHome (una delle voci di riferimento del mondo conservatore britannico), «il loro non è un rapporto facile». Lei è il primo ministro, lui pensa di doverlo essere. Ma soprattutto, «a lei piace controllare tutto; lui odia essere controllato». Lui è popolarissimo e sostenuto da molti nel partito e a Westminster, ed era per Brexit; lei ora per portarla a termine. «Hanno quindi bisogno l’uno dell’altro, e moltissimo. Forse entrambi non la pensano così: lui perché sogna una sorta di governo Vote Leave, guidato presumibilmente dalla stella della campagna referendaria di questa organizzazione [egli stesso, ndr]; lei perché crede che, in ultima analisi, la sua amministrazione può andare avanti senza di lui». Ma adesso ciò che conta di più non sono le complicazioni interne al Partito conservatore ma la sua missione: realizzare una Brexit «ordinata». E queste frizioni tra i due esponenti più forti del governo non aiutano a raggiungere tal fine.

Si può pensare ad un governo May senza Johnson? No, almeno per ora. Entrambi hanno bisogno dell’altro, come detto. Ma se gli intoppi su Brexit dovessero crescere è possibile che il capo degli Esteri di Sua Maestà decida di smarcarsi dall’esecutivo, attaccare il governo perché non porta/ha portato a termine una vera Brexit come quella per la quale hanno votato gli elettori e sfidare la leadership di Theresa May. Può farcela? Dipende tutto dagli accordi con l’Unione Europea e dalla lotta all’immigrazione del governo May: un fallimento su questo tema sarebbe per gli elettori una grossa macchia sull’esecutivo.

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Gabriele Carrer

Giornalista @ La Verità.