#Hitch5

Ascoltarlo era uno spettacolo. Arrivava negli studi televisivi o ai dibattiti, compresa una gustosa trasferta di 48 ore a Roma per sostenere il mio libro Cambiare Regime (Einaudi), in uno stato di preoccupante ebrezza. Si presentava con abito color crema da flaneur, lenti scure a coprire le occhiaie della notte precedente, bicchiere doppio malto invece del cappuccino, ma appena si accendevano le luci dello studio o il microfono iniziava ad amplificare la voce, Hitchens si trasformava nel più imbattibile oratore dai tempi di Demostene. Amava parlare, molto più che scrivere. Stava a discutere per ore, fino a notte fonda. Con tutti e su tutto, mostrando con orgoglio la sua spilletta del partito dei lavoratori curdi appuntata al bavero della giacca e recitando le liriche di oscuri poeti britannici. Agli articoli, anche molto lunghi, Hitch dedicava meno di un’ora, a volte pochi minuti, senza rileggere e senza correggere. Buona sempre la prima. (Christian Rocca sul Sole24Ore)

Cinque anni fa ci lasciava Christopher Hitchens, giornalista e scrittore anglo-americano. «Hitch, come lo chiamavano gli amici, era trotzkista, ma era diventato uno dei più grandi sostenitori dell’intervento contro la dittatura irachena e contro l’islamofascismo», scriveva allora il Foglio. Era il contrarian (vi sfido a trovare una traduzione di questo termine che ne sia all’altezza) per eccellenza, ma anche per le sue lettere. Un monello che fu sculacciato dalla Thatcher, un uomo che molto aveva da offrire alla sua sinistra: energia travolgente, talento nello scontro delle idee, coraggio intellettuale. Hitch nella sua vita se la prese con tutti, da Madre Teresa di Culcutta a Nelson Mandela, da Henry Kissinger a Dio.

Cinque anni fa i suoi colleghi a Slate, il suo amico Andrew Sullivan e l’ex fidanzata Anna Wintour (sì, proprio lei, quella di Vogue) lo ricordarono così. Douglas Murray ne scrisse sullo Spectator, che tre anni fa raccolse i suoi articoli. Gianni Riotta gli dedicò un articolo sulla Stampa.
Oggi esiste un discreto archivio online su Hitch. Il suo ultimo libro, un’autobiografia postuma, si chiama Hitch-22. Ed il suo amico Martin Amis ha annunciato qualche giorno fa l’uscita di un libro autobiografico che racconta anche di Christopher Hitchens, Saul Bellow e Philip Larkin.

In Italia Hitchens fa rima con Il Foglio, e fa rima con tre fenomeni e maestri di quel giornale, oltre al fondatore Giuliano Ferrara: Daniele Bellasio, Christian Rocca e Paola Peduzzi.
Christian andò a trovare Hitch a casa sua a Washington nel 2005 con Stefano Pistolini e lo invitò a Roma l’anno successivo per presentare il suo libro, a lui dedicato (qui il suo intervento archiviato su Radio Radicale). Due anni fa Paola scriveva questo pezzo, attualissimo pensando ad Aleppo, sull’interventismo umanitario ed il diritto che nessuno ha «di vivere questa battaglia come uno spettatore». Daniele, beh, mi ha raccontato Hitch di persona e dovreste tenere in mano un’arma per farmi parlare: ma se insistete Hitch ha avuto infiniti merito, anche questo.
E nel 2016 un altro fogliante, Edoardo Rialti, ha raccontato a puntate la vita e le opere di Christopher Hitchens. 

NOTA BENE. Questa newsletter è un ricordo “fogliante”, per giunta militante. Perché fu il Foglio l’unico giornale in Italia a raccontare, capire, amare Hitch. Ma è anche il giornale sul quale, grazie ad un prezioso amico, ho scoperto ed imparato tanto sul mondo e sul giornalismo, il giornale che mi ha illuminato la strada e sul quale ogni tanto ho la fortuna di vedere anche la mia firma. Lì, assieme e dopo quelle di chi capì Hitch. E scusate se è poco. Perché mi sento anche io un pochino fogliante, almeno nello spirito, ovviamente contrarian.

NOTA MEGLIO. Hitch, manchi.

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Gabriele Carrer

Giornalista @ La Verità.