La «clean Brexit» ha distrutto il Labour

Settimana di grandi discorsi, quella passata. Del primo, quello con cui il premier Theresa May ha annunciato la sua versione «clean» dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, abbiamo parlato diffusamente nell’edizione straordinaria della newsletter che martedì mattina vi ha anticipato quasi tutti i punti toccati nel discorso: uscita “dura” abbandonando la libera circolazione delle persone, il mercato unico e la Corte di giustizia europea. In poche parole, come da slogan della campagna ufficiale per la Brexit, «Vote Leave, Take Control», votare per uscire e riprendi il controllo. Stephen Booth, direttore del think-tank Open Europe, ha sottolineato come dalla lettura del piano in dodici punti presentato da Theresa May emerga una visione del ruolo del Regno Unito nel mondo globalizzato, coerente con la situazione interna del Paese. Ecco la «Global Britain» proposta dal del premier: come la farfalla del settimanale conservatore Spectator che dalla scatola europea che la teneva prigioniera si libera e spicca il volo.

May ha scritto anche un editoriale sul Sun ed è intervenuta a Davos. Ma dicevamo che la newsletter di martedì vi aveva anticipato quasi tutto. Già… Quasi. Mancava infatti un punto non secondario, anzi. Il primo ministro ha annunciato che una volta negoziata la Brexit gli accordi verranno sottoposti a voto parlamentare in entrambe le Camere (Comuni e Lord). Sul sito conservatore Conservative Home, Mark Wallace scrive che si tratterà di una decisione «prendere o lasciare». Ed è chiaro che lasciare accenderebbe le proteste del “voto popolare tradito” a pochi mesi dalle elezioni generali (nel 2019 il premier May vuole chiudere la pratica, l’anno dopo si tornerà alle urne).

Vediamo quindi le reazioni delle altre parti politiche. Sul Financial Times Sebastian Payne scrive della necessità  del premier di convertire i sostenitori del Remain in Brexiter anche un po’ scettici perché l’unità è elemento fondamentale per realizzare una Gran Bretagna globale. Ma, continua, «l’opposizione non è più il Partito Laburista, che è diventato inutile e irrilevante, ma i nazionalisti che vogliono trainare nuovamente il Regno Unito in un mondo color seppia di splendido isolamento». Ecco il punto. Le divisioni della politica britannica non sono più tanto basate sui partiti ma su visioni differenti del mondo: apertura contro chiusura, liberalismo contro protezionismo.

Con gli indipendentisti dell’UKIP che, dopo aver conquistato la Brexit, tentano ora con il nuovo leader Paul Nuttall una piccola rivoluzione per puntare ai feudi laburisti, il fronte Leave è compatto, almeno per ora. Non c’è stata invece alcuna rivolta del grande partito che incarnava fino a poco tempo fa l’europeismo britannico: il Labour. Il leader Jeremy Corbyn (durante la campagna referendaria accusato di scarso interesse per la causa del Remain dopo un passato da euroscettico), ha ordinato ai suoi di votare a favore dell’attivazione dell’articolo 50 che darà il via alla Brexit nel caso in cui la Corte Suprema dovesse confermare la necessità di un’autorizzazione parlamentare. La mossa ha fatto arrabbiare molti deputati laburisti, stufi della linea debole del leader sui temi fondamentali: si parla di almeno una trentina pronti alla scissione (Guardian). Enrico Franceschini, inviato a Londra di Repubblica, scrive che il Labour si è perso nel labirinto della Brexit.

L’unica voce laburista di rilievo che ha il coraggio di dire “dobbiamo restare nel mercato comune” è Sadiq Khan, ex-deputato e sindaco di Londra, che lo ha dichiarato, senza se e senza ma, alla conferenza del World Economic Forum a Davos. Previsione o perlomeno possibilità: dopo le prossime elezioni, Khan cercherà di diventare leader del Labour e imprimergli una svolta, risvegliarlo, salvarlo. Se ciò risulterà impossibile, formerà un nuovo partito, come ha fatto in Francia l’ex-ministro dell’Economia socialista Emmanuel Macron, ora indicato dai sondaggi come l’uomo in grado di battere tutti i candidati socialisti e andare al ballottaggio per le presidenziali. Che genere di svolta? Non un ritorno al blairismo, ma nemmeno un ritorno al passato: da meditare, in proposito, le parole del vicepresidente americano Joe Biden nella bella intervista che ha dato questa settimana al New York Times, “non c’è nulla che direi ai sindacati che non mi sentirei di ripetere alla camera di commercio”, ovvero un partito progressista può anzi deve fare gli interessi degli uni e degli altri. Se vuole uscire dal labirinto e tornare a governare.

Sull’Independent, James Moore ha proposto una scissione del Labour per consentire ai remainers di allearsi con i Liberals e con l’Snp (il Partito Nazionale Scozzese), creando una coalizione poco convenzionale ma coesa per la permanenza della Gran Bretagna nell’UE (vedi Linkiesta/EuVisions).
Basta dare un’occhiata ai sondaggi (ultimo di YouGov per il Times) per capire la situazione attuale per i laburisti che perdono terreno mentre i conservatori, che pur devono gestire la patata bollente della Brexit, crescono.

  • Conservatori 42 (+3)
  • Laburisti 25 (-3)
  • Liberal-democratici 11 (=)
  • UKIP 12 (-1)

Il grafico qui sotto sull’andamento nell’ultimo anno è ancora più preoccupante per la sinistra britannica (Business Insider/UK Polling Report data). Tutto questo mentre, rivela il Telegraph, Corbyn rischia di segnare un nuovo record negativo: diventare il primo leader dell’opposizione a perdere un’elezioni suppletiva dopo 35 anni. Stiamo parlando del seggio di Copeland, una (ex?) roccaforte laburista nel nord dell’Inghilterra, lasciato vacante a fine dicembre da Jamie Reed, grande avversario interno di Corbyn (per saperne di più su Copeland c’è questo post sul blog).

 

 

Questo articolo è stato pubblicato per l’edizione della newsletter “Fumo di Londra” di sabato 21 gennaio 2017. Ci si può iscrivere qui.

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Gabriele Carrer

Giornalista @ La Verità.