La Corte Suprema decide su Brexit

La Corte Suprema si esprimerà oggi, martedì 24 gennaio, alle 9:30 londinesi (10:30 italiane) sul potere (o meno) del governo britannico di attivare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona senza passare dal voto parlamentare. A seguire è atteso un intervento alla Camera dei Comuni di David Davis, segretario di stato per la Brexit. Quella di questa mattina sarà la sentenza sul ricorso presentato a novembre dal governo di Theresa May contro una decisione dell’Alta Corte. In quel caso, i tre giudici avevano dato ragione ad un gruppo di attivisti del Remain guidati dalla donna d’affari Gina Miller, sostenendo che la royal prerogative (l’insieme di poteri un tempo esercitati dal monarca del Regno Unito e che ora competono all’esecutivo) non è sufficiente al fine di avviare il processo Brexit e di conseguenza è necessario un passaggio a Westminster.

 

Il governo si prepara alla sconfitta

A Downing Street sono rassegnati ad una seconda sconfitta nelle aule delle corti londinesi. E gli effetti negativi sull’esecutivo ed sul processo di uscita non sarebbero così preoccupanti, fanno notare diversi commentatori britannici (tra cui quelli di Politico). La sentenza di novembre ha infiammato gli euroscettici (deputati, attivisti e stampa) che hanno attaccato i tre giudici: il Daily Mail li sbatté in prima pagina definendoli «nemici del popolo». Allora sembrava che l’Alta Corte fosse riuscita in ciò in cui gli europeisti nel Regno Unito avevano fallito: “ammorbidire” la Brexit o addirittura evitarla del tutto. Ora, invece, l’addio all’Unione Europea sembra inevitabile, il processo d’uscita irreversibile. Dopo il discorso con cui il premier Theresa May ha annunciato la sua ricetta per la Brexit e l’accelerazione dei colloqui con diversi potenze interessate a firmare accordi di libero scambio ben prima dell’uscita formale (primi su tutti gli Stati Uniti del neo-presidente Donald Trump), sembra che anche i sostenitori del Remain siano ormai rassegnati a salutare il continente.

Così, ormai certi della sconfitta dinnanzi alla Corte Suprema, i conservatori al governo, ed in particolare il dipartimento per l’uscita guidata da Davis, avrebbero già pronto un disegno di legge per far votare l’attivazione dell’articolo 50 a Westminster e procedere speditamente alla notifica all’UE entro marzo, come promesso dal primo ministro May. Difficile che possano esserci intoppi in Parlamento, anche perché il leader del Partito Laburista, Jeremy Corbyn, ha già detto ai suoi di votare a favore dell’attivazione dell’articolo 50. Nel Labour regna il caos: un partito che sulla questione si presenta diviso, spaccato tra i fedeli al leader ed i nostalgici di un’era social-liberale ed europeista. La stragrande maggioranza dei parlamentari laburisti ha sostenuto il Remain e secondo tutti i giornali almeno l’80% di loro sarebbe pronto a votare contro l’attivazione dell’articolo 50. Ma perché opporsi se tanto si ha la certezza che il tentativo di blocco fallirà? Perché alimentare la stampa che continuerebbe a dipingerli come «nemici del popolo» che tentano di ribaltare il risultato del referendum dello scorso 23 giugno? Senza trascurare il fatto che ciò sarebbe pericoloso in quanto manca un mese alle by-elections di Copeland e Stoke-on-Trent, storici feudi laburisti che si sono espressi in maggioranza a favore del Leave e dove ora avanza minaccioso l’Ukip, pronto a dare risposte ai cittadini abbandonati dal Labour, come affermato al Telegraph dal leader Paul Nuttall.

Ecco così che la partita per i laburisti, prima forza d’opposizione a Westminster, si sposta verso le modalità della Brexit. Il Labour cercherà infatti di influenzare il processo legislativo al fine di ammorbidire il piano di uscita proposto da May, la «clean Brexit», forte dell’emergere di un gruppo transpartitico che The Observer domenica raccontava pronto a fermare la cosiddetta Hard Brexit. Il Segretario alla Brexit del governo ombra, Keir Starmer, è pronto a chiedere un voto vincolante sui termini dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, obbligando il governo a seguire un piano definito ed aggiornare regolarmente la Camera dei Comuni. E l’esecutivo potrebbe accettare alcune richieste dell’opposizione per evitare rallentamenti.

Qualunque sia la decisione della Corte Suprema quindi il primo round va a Theresa May. Ma, scrive Politico, la vera battaglia verrà più tardi, quando il premier dovrà chiederà ai parlamentari di approvare l’accordo negoziato con Bruxelles.

 

Passaggi a Corte

La sentenza di oggi sarà molto probabilmente l’ultimo passaggio nelle aule di tribunale per l’attivazione della Brexit, poiché molti commentatori ed esperti escludono la possibilità di ricorrere presso la Corte di giustizia europea in quanto quest’ultima è tenuta a discutere solamente casi di diritto comunitario. Ci sono tuttavia due decisioni che potrebbero influenzare i successivi passaggi del primo processo di uscita di un paese dall’Unione Europea.

  • L’articolo 50 potrebbe infatti finire alla Corte di giustizia europea per opere dell’avvocato irlandese e sostenitore del Labour, Jolyon Maugham, che ha chiesto di fare chiarezza sulla possibilità di revocarlo una volta attivato. L’esperto fiscalista inglese ha portato il caso davanti all’Alta Corte irlandese per chiedere se il Regno Unito può tornare indietro sulla sua decisione di lasciare l’Unione Europea. Maugham, sostenuto da una cordata di attivisti pro-UE, chiederà al giudice di Dublino di interrogare nel merito la Corte di giustizia europea. Il giudizio è atteso entro il 27 gennaio prossimo.
  • Un secondo scenario che rischia di rallentare l’agenda del premier May riguarda un ricorso presentato dal think-tank “British Influence”. Il governo ritiene che lasciare l’UE significhi anche lasciare lo spazio economico, ma gli esperti filo-UE sostengono al contrario che il paese debba rispettare l’articolo 127 dell’accordo sul mercato unico, che richiede l’approvazione del Parlamento. Udienza fissata a febbraio.

 

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Gabriele Carrer

Giornalista @ La Verità.