Ken Clarke, il conservatore contro Brexit nel vuoto laburista

Primo dibattito martedì alla Camera dei Comuni sull’ormai arcinoto articolo 50 del Trattato di Lisbona che, una volta attivato dal premier Theresa May (si parla del 9 marzo come data dell’annuncio), darà il via ai negoziati che termineranno con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Dicevamo, primo dibattito. Undici ore e quasi cento interventi in cui Edmund Burke è stato citato diverse volte, Abraham Lincoln una sola. Undici ore durante le quali lo speaker della Camera John Bercow ha richiamato i colleghi parlamentare per perdite di tempo ed ha dovuto sopportare le loro richieste di andare al bagno, prendersi un tè con i biscotti…

Undici ore di cui rimarrà soprattutto il discorso tenuto da Ken Clarke, deputato conservatore ed ex cancelliere nel governo Major degli anni Novanta. Un discorso fortemente a favore della permanenza del paese nell’Unione Europea. Un discorso in cui Clarke ha promesso di votare contro l’articolo 50 (primo tory ad annunciare una scelta contro la direzione del partito in materia) ed è stato applaudito da moltissimi parlamentari laburisti che forse avrebbero voluto avere loro tutto quel coraggio, tutta quella forza. Clarke si è scagliato contro il suo partito sostenendo che Enoch Powell, ex politico conservatore noto per il suo discorso dei «fiumi di sangue» che spopola nei movimenti anti-immigrazione, avrebbe trovato «strabiliante» le posizione euroscettiche ed anti-immigrati così in voga oggi tra i tories. E ancora si è difeso preventivamente da gli punta il dito contro per infedeltà al partito dicendo di star «solo proponendo la politica ufficiale del Partito Conservatore negli ultimi 50 anni fino al 23 giugno 2016», il giorno del referendum. E ha aggiunto di essere certo che, a ruoli invertiti, i colleghi euroscettici non avrebbero abbandonato facilmente la loro causa in caso di sconfitta nelle urne.

Clarke ha attaccato anche il piano Brexit del primo ministro Theresa May (che è leader del suo stesso partito) sostenendo che il premier vive in una sorta di “Alice nel paese delle meraviglie”: se ci sia aspetta che «nice men» come Trump e Erdogan con il loro protezionismo siano pronti a stringere accordi… «non c’è dubbio che da qualche parte c’è un cappellaio che prende il tè con un ghiro». L’ex cancelliere non crede infatti che lasciare il mercato unico e l’unione doganale sia compatibile con lo scenario di un «nuovo grande futuro globalizzato, che offre enormi opportunità» per la Gran Bretagna, di cui si dice invece certo il primo ministro May.

La nostra adesione all’Unione Europea ci ha restituito lafiducia nella nostra nazione, ci ha dato politicamente un ruolo nel mondo come uno dei principali membri dell’unione e ciò ci ha resi più preziosi per i nostri alleati come gli Stati Uniti e ha fatto sì che i nostri rivali come i russi prendessero più seriamente il nostro ruolo guida in Europa ed ha anche contribuito a rafforzare i nostri valori. E la nostra economia ha beneficiato enormemente e ha continuato a beneficiare anche di più quando il mercato si è sviluppato.

Nella stessa sessione ha parlato anche Keir Starmer, segretario alla Brexit del governo ombra laburista. «È molto difficile per il Partito Laburista», ha detto riferendosi alla situazione ed alle divisioni del partito, dove la lista di ribelli pronti a votare, diversamente dall’ordine del leader Jeremy Corbyn, contro l’articolo 50 si allunga ad ogni ora. Grasse risate nei banchi della Camera dei Comuni hanno accolto l’affermazione di Starmer. Secondo Oliver Kamm, editorialista del Times e gran sostenitore del New Labour di Tony Blair, è la sintesi di ciò che Corbyn ha fatto al Labour: l’ha trasformato in uno scherzo. Che cosa manca al Labour? Forse un Ken Clarke. Kamm ha twittato, commentando il discorso: «È quello che un leader laburista avrebbe dovuto dire (supponendo di averne uno)».

E a riconfermare della fragilità del leader laburista ci ha pensato il primo ministro Theresa May. Durante l’odierna interrogazione ai Comuni (PMQ, Prime Minister’s Questions), Corbyn ha chiesto al premier che cosa aspettasse a cancellare la visita del presidente statunitense Donald Trump dopo aver elencato tutte quelle che lui ritiene le nefandezze commesse in dieci giorni di amministrazione e averle ricordate la protesta di 1,8 milioni di cittadini britannici. May ha difeso la visita (su cui molto s’è detto e scritto per i timori della Regina, vedi qui) ricordando al capo dell’opposizione che trattasi del capo di stato democraticamente eletto del primo partner del paese e ha concluso l’intervento chiedendo a Corbyn che cos’avesse fatto per il paese e dicendogli: «Lui può guidare una protesta, io sto guidando un paese». Game, set, match per Theresa.

Corbyn non è riuscito a mettere in difficoltà May neppure oggi. Ma se non ora, quando?, si chiede il capo della politica dello Spectator, James Forsyth.

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Gabriele Carrer

Giornalista @ La Verità.