Da due feudi passa il futuro del Labour

Il 23 febbraio prossimo gli elettori di Copeland, nel nord-ovest dell’Inghilterra, e di Stoke-on-Trent, nelle Midlands occidentali, saranno chiamati a sceglierei l loro rappresentante al parlamento di Westminster dopo le dimissioni di due laburisti: Jamie Reed che si occuperà di nucleare lascia il seggio di Copeland conquistato la prima volta nel 2005, mentre Tristram Hunt dice addio dopo 7 anni al suo scranno per la constituency di Stoke-on-Trent central per andare a dirigere il Victoria and Albert Museum di Londra. Entrambi hanno lasciato anche spinti dai dissapori interni al partito e dai contrasti con il leader Jeremy Corbyn. Entrambi hanno sostenuto le ragioni del Remain nel referendum dello scorso 23 giugno. Ed entrambi hanno fatto parte del coro di critiche che si è abbattuto sul leader (con un passato recente da euroscettico), accusato di non aver fatto abbastanza per schierare il Labour a difesa della causa europeista. Ma sia a Copeland che a Stoke-on-Trent central sette mesi fa vinse il Leave (rispettivamente con il 62% ed il 69.4%).

A ciò si aggiunge il periodo di crisi del partito, diviso sulla questione Brexit: in Parlamento 47 deputati laburisti (un quinto del totale), tra cui 15 ministri del governo ombra, hanno disobbedito alle direttive di partito e hanno detto votato contro la legge che autorizza il governo di Theresa May a procedere con la Brexit. L’ordine di scuderia era: rispettiamo la volontà popolare, diciamo sì ma chiedendo garanzie. E invece lo spirito europeista ha in molti avuto la meglio sulla disciplina di partito. Anche i sostenitori del Labour, il più grande partito del paese per numero di iscritti (oltre mezzo milione), non sembrano gradire la posizione sulla Brexit: come rivelato da PoliticsHome infatti, da quando Corbyn ha annunciato il via libera al governo il partito ha perso sette mila membri a fronte di tre mila nuove registrazioni.

Come scrive sul Financial Times l’analista Matt Singh, Stoke e Copeland sono vere e proprie »prove di leadership» per Jeremy Corbyn. «Il suo partito laburista è certamente in grado di mantenere entrambi i seggi e in circostanze normali sarebbe relativamente facilmente. Ma nel 2017 dipende dal tipo di messaggio che gli elettori nelle roccaforti post-industriali del Labour vogliono mandare a Westminster – e quanto forte lo vogliono inviare».

Che succede a Copeland?
Una delle due constituency al voto il prossimo 23 febbraio (saranno otto mesi esatti dal voto In/Out) pare, secondo le ricostruzioni del Telegraph, sia già data per persa dagli addetti ai lavori del Labour. Molti elettori lavorano nel nucleare che Corbyn ha tanto criticato, lì ha vinto la Brexit ed il partito soffre una crisi di consenso a livello nazionale: secondo alcuni insider questa by-election per Copeland potrebbe rivelarsi un disastro per il Labour, che candida il consigliere locale Gillian Troughton (che ha battuto la favorita del leader Corbyn, Rachel Holliday). A goderne sarebbe il Partito conservatore con la sua Trudy Harrison. Intervistato dal Telegraph, il professor Robert Ford, che insegna scienze politiche all’Università di Manchester, ha detto che per il Labour perdere Copeland a favore dei Tories sarebbe un evento notevole nella storia politica moderna. Tre i motivi:

  • la dinamica estremamente consolidata nelle by-election in cui è il partito al governo a perdere terreno;
  • il fatto che nessun governo in carica ha mai guadagnato un seggio negli ultimi 35 anni ed è successo solo due volte in 60 anni
  • il fatto che Copeland sia Labour dagli anni Trenta.
E a Stoke-on-Trent central?
La constituency è stata creata nel 1950 e da quel momento è sempre stata un feudo del Labour che schiera Gareth Snell, un ex consigliere comunale, dopo l’addio di Tristram Hunt. Con i conservatori in grosse difficoltà in quella che viene definita la capitale della Brexit (schierano il 25enne consigliere locale Jack Brereton), lo sfidante più pericolo si chiama Paul Nuttall, europarlamentare dal novembre scorso leader del partito nazionalista ed euroscettico UKIP  che ha promesso di trasformare il partito dopo la vittoria della Brexit nella voce dei lavoratori delusi proprio dal Labour. Gli allibratori danno pari possibilità di vittoria a Snell e Nuttal ma i timori nel Partito laburista sono forti. A tal punto che la squadra di Jeremy Corbyn sta lavorando ad un’alleanza con i liberal-democratici ed i verdi, al fine di mantenere il leader dell’Ukip Paul Nuttall fuori da Westminster. Secondo le indiscrezioni del Guardian infatti, alcune figure di spicco del Labour stanno cercando di trovare un accordo con gli altri partiti affinché rallentino o addirittura ritirino i loro candidati. Gli interessanti negano a gran voce con Tim Farron, leader dei lib-dem, che ha più volte già escluso un patto con Jeremy Corbyn, etichettandolo come «elettoralmente tossico». Tuttavia, lo spauracchio Nuttall potrebbe convincere i rappresentanti locali dei partiti in ballo ad unire le forze. In quest’occasione è da ricordare la collaborazione tra i liberal-democratici ed i verdi nella recente by-election di Richmond Park, dove i secondo hanno appoggiato la candidata dei primi, Sarah Olney, che ha conquistato il seggio. L’ex parlamentare lib-dem Andrew George ha ammesso che Stoke pone grossi interrogativi al partito. Da una parte c’è la volontà di fermare quella che definisce la «Regressive Alliance», tra i conservatori e Ukip, dall’altra le difficoltà a cooperazione con un Partito laburista che manca di «credibilità e competenza».

La partita si giocherà proprio sui punti programmatici con cui Nuttall si è insediato alla guida dell’Ukip. Ma Stephen Fisher, professore associato dell’Università di Oxford, ha detto al Guardian che l’insistenza di Corbyn sul rispetto del risultato del referendum potrebbe aiutare il Labour, così come le istanze anti-austerità ed in difesa della servizio sanitario nazionale che rappresentano le battaglie storiche del partito.

Il futuro in gioco
In questo quadro che racconta le difficoltà del Labour di superare la questione-Brexit nel malcontento dei suoi elettori con la pancia titillata dai populismi si inserisce un sondaggio di Opinium assai preoccupante per il leader Jeremy Corbyn. Nonostante sia alla guida di un governo senza aver ricevuto un mandato popolare, nonostante debba traghettare il paese fuori dall’UE e oltre una delle fasi più importanti e delicate della sua storia recente, il primo ministro Theresa May è di gran lunga un leader politico più apprezzato rispetto al capo del primo partito d’opposizione. Su sei quesiti posti agli intervistati, il leader di conservatori ha un bilancio positivo in cinque casi, mentre l’omologo laburista in nessuno. Se a Copeland la protesta contro Corbyn pare già annunciata come la sconfitta, non rimane che aspettare e vedere i risultati delle by-election il prossimo 23 febbraio. Poi sarà il turno delle elezioni amministrative il 4 maggio dove il Labour potrebbe rischiare di nuovo grosso in alcuni suoi feudi. In caso di debacle la resa dei conti interna sarebbe vicina. La conferenza di partito è fissata per fine settembre ma le acque agitate attorno al leader Corbyn sono ormai una certezza sin dal giorno in cui prese mandato nel settembre 2015. Con lui c’è la base giovane del partito che è riuscito a coinvolgere attraverso diversi movimenti, contro di lui c’è l’establishment del partito che vorrebbe riportare il Labour su posizioni più centriste e meno radicali per dare vita ad un’opposizione più responsabile e credibile, con alcuni membri di spicco pronti alla scissione in caso di nuove crisi interne. E passerà anche da Copeland e da Stoke-on-Trent la storia ed il futuro del Labour e di Jeremy Corbyn.

Questo articolo è stato pubblicato per l’edizione della newsletter “Fumo di Londra” di sabato 4 febbraio 2017. Ci si può iscrivere qui.

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Gabriele Carrer

Giornalista @ La Verità.