Daniel Hannan, l’ideologo della Brexit liberale e non per caso

Thierry era in ritardo e – forse per scusarsi, forse per sottolineare ancor di più il suo anti-europeismo – mi regalò un libro. L’avevo letto su Kindle ma non potevo rifiutare. Eravamo lì nel suo studio sui canali di Amsterdam – «qui è dove nasce il sogno» – e Thierry Baudet, ideologo della destra olandese, era pronto a rispondere alle mie domande per l’intervista poi pubblicata su Libero. Prima di spostarci in un ristorante poco distante e di farmi assaggiare una zuppa tipica ed una birra prodotta in un piccolo stabilimento lì vicino (Brouwerij ‘t IJ), Thierry mi porge un libro: «Tieni, è un mio regalo per te». Si trattava di Why Vote Leave, il libro-manifesto della Brexit firmato dall’europarlamentare conservatore Daniel Hannan, scrittore, giornalista e politico britannico. Un volume illuminante secondo il capo-popolo della Brexit Boris Johnson che lo consigliava come vademecum per accendere la luce sulle ragioni del sì all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.  Il testo si apre con il racconto del primo giorno di Hannan a Bruxelles: l’imbarazzo per gli insensati rimborsi che lui non può in alcun modo rifiutare gli apre gli occhi sui divari dell’Unione Europea, tra promesse e realtà, tra le condizioni economiche e democratiche di chi è dentro e chi ha deciso di restarne fuori.

L’intervista con Baudet fu divertente ed interessante, un po’ in inglese un po’ in italiano (vini e donne hanno portato Thierry per qualche tempo in Italia). Mi raccontò il suo concetto di «imperialismo» dell’UE: un progetto assemblato con la forza che ha come principale scopo espandersi all’interno, nella vita dei singoli Stati, ed all’esterno, alla ricerca di nuovi territori. L’idea di impero è spesso seguita da un’altro concetto, quello di guerra. Lui sostiene infatti che l’Unione Europea si basi su un progetto europeo che era comune anche al Nazismo ed al Fascismo. «L’Unione Europea ha sempre promesso di garantire la pace in cambio di cessioni di democrazia, sovranità, trasparenza. Ma a causare guerre sono i progetti imperialistici che pretendono di unire popoli in una stessa struttura. E come ogni impero degno di tale nome, anche l’Unione Europea ha bisogno di un nemico contro cui muovere una guerra anche solo economica, per mostrare i suoi muscoli, ma anche per mobilitare le masse: un questo periodo storico è stata scelta la Russia».

Ma volevo raccontarvi quel libro. Anzi, meglio, ciò che è stato dopo quel libro. Perché il Leave ha vinto ed ha vinto facendo leva sullo spirito liberale dei conservatori e non su quello nazionalista e a tratti razzista di Nigel Farage. Altrimenti, come mi ha raccontato Matthew Elliott, CEO della campagna Vote Leave, «se avesse prevalso la campagna guidata dallo Ukip il Leave si sarebbe probabilmente fermato al 35 per cento per l’incapacità del messaggio nazionalista di allargare la base elettorale». Why Vote Leave ha rappresentato per Hannan l’inizio di un racconto in due episodi. Il secondo è uscito da poco e si intitola What Next, un manuale per gestire al meglio la Brexit e per rendere la Gran Bretagna di nuovo forte e prospera nel mondo libero, libera dai vincoli comunitari.

Volevo raccontarlo io, ma qualcuno mi ha anticipato, e l’ha fatto meglio. L’onorevole Daniele Capezzone ne ha scritto una puntuale recensione, con un pensiero all’Italia, per la sua rubrica “Il libro del venerdì”. E lo ringrazio per la possibilità di pubblicare sul mio blog le sue parole.

Dan Hannan non è solo un brillantissimo ed efficace europarlamentare conservatore inglese, nonché l’anima di ACRE (www.acreurope.eu: l’alleanza internazionale di partiti e movimenti liberalconservatori di cui Direzione Italia è parte). E’ soprattutto un intellettuale sofisticato, un politico che crede nelle idee, un sincero difensore della libertà economica e non, un appassionato custode dei valori occidentali e atlantici.

Crede nella dimensione anche “didattica” della politica. Prima ci sono le idee; su quelle idee, costruisci delle campagne; attraverso quelle campagne, semini e persuadi, condividi conoscenze e opinioni. E magari, dopo tanta fatica, vinci. Con il gusto, anche se non sei il più visibile degli attori del film, di aver contribuito in modo decisivo a scrivere la sceneggiatura.

Hannan è stato uno dei primi a credere in Brexit e a impegnarsi nella campagna referendaria inglese, sul fronte Leave. Esattamente un anno fa, su queste colonne recensimmo il suo libro “Why vote leave” (“Perché votare per uscire dall’Ue”), che era un vero manuale di buone ragioni per non rimanere nell’Ue. Un anno dopo, Hannan pubblica un secondo volume che guarda avanti, e costruisce una visione per il post-referendum.

L’autore arriva subito al punto. Brexit non è un incidente o un “caso”. E’ l’occasione, dal punto di vista del Regno Unito, per divenire il miglior vicino di casa possibile per i 27 Paesi membri dell’Ue, per costruire relazioni ancora più forti con i 165 Paesi che stanno fuori dall’Ue, e naturalmente per decidere anche riforme domestiche.

Il libro merita una lettura attenta. Commuove – per chi ama la buona politica – la parte autobiografica: il ricordo del giovane Hannan, allora diciannovenne, che organizzò a Oxford una campagna universitaria per una Gran Bretagna indipendente, e da allora si è impegnato per oltre vent’anni in un lavoro incessante di petizioni, appelli, comitati, campagne.

C’è anche spazio per sorridere sugli “esperti”. Hannan ha buon gioco a maramaldeggiare sull’81% tra sondaggisti e bookmakers che scommettevano contro il risultato elettorale pro-Brexit, e soprattutto sul 71% di economisti che promettevano, in quel caso, sciagure e recessioni. E’ il tema del popolo contro le élites, dell’establishment che “sa tutto e non capisce nulla”. E Hannan non trascura di elencare le reazioni furiose dopo il referendum del 23 giugno scorso, a partire dai farneticanti attacchi di Juncker all’indirizzo degli elettori inglesi. Si sa, ad alcuni piace fare le domande agli elettori, ma non riceverne le risposte.

E’ anche interessante la parte retrospettiva del libro. Hannan spiega bene che alla campagna Leave non poteva bastare solo un approccio negativo, cioè di mera contestazione, sia pur fondata e argomentata, dell’attuale Ue (dei suoi sprechi, della sua mancanza di democrazia, ecc). Accuse sacrosante. Ma, se sei un liberale e non uno sfascista, oltre alla pars destruensdevi indicarne una construens. E qui (chi è in Italia può pensare a certi toni salviniani…) Hannan va letto e riletto quando spiega la differenza tra la sua campagna e quella condotta da Nigel Farage, pur a sua volta sostenitore del Leave: quest’ultimo pronto solo a gridare, in ultima analisi danneggiando il progetto Brexit e rendendolo meno credibile. Quando invece il tema era (ed è, spiega Hannan) quello di offrire una visione positiva, una speranza ragionevole. In questa chiave, l’uscita dall’Ue, per la Gran Bretagna, non è un fine: ma un mezzo per costruire un’Inghilterra più libera, più prospera, più globale. E un politico serio, oltre a urlare, deve indicare un futuro desiderabile e possibile.

E qui Hannan arriva al punto. Che deve fare ora l’Inghilterra? Non basta una magari scrupolosa e seria “gestione dell’esistente”. Serve uno scatto, una visione, un progetto ambizioso. Il Regno Unito deve divenire un superhub globale capace – grazie a uno scientifico taglio di tasse e burocrazia – di attrarre risorse e investimenti. In un mondo multipolare, capitali e imprese (e intelligenze) si sono rimessi in moto, in una spettacolare competizione tra nazioni e gruppi di nazioni: ogni nazione deve essere capace di costruire un “aeroporto” accogliente, in termini di disboscamento regolatorio e di attrattività fiscale, per convincere gli “aerei” ad atterrare sul proprio territorio e non altrove.

Dopo di che, Hannan individua anche uno strumento praticabile: il rilancio dell’EFTA, la zona di libero commercio che già unisce alcuni Paesi (oltre che la possibile contemporanea adesione inglese all’analoga NAFTA, operante in altra parte del pianeta, come sappiamo). Lo schema è quello: costruire un blocco di Paesi che azzerino le tariffe tra di loro, e che poi restino liberi di praticare ciascuno una politica commerciale competitiva e dinamica.

O l’Ue lo capisce, oppure peggio per lei (per noi…). Ci ritroveremo alle porte di casa una specie di “Singapore liberale e democratica”, cioè la nuova Inghilterra extra-Ue, capace a sua volta di guardare in termini di rapporti commerciali al resto del mondo, dall’America agli altri membri dell’antico Commonwealth, fino ai player autoritari, dalla Russia alla Cina.

Sono emozionanti le pagine in cui Hannan prova a descrivere l’Inghilterra come la vede nel 2025: una “Gran Bretagna globale”, membro di Efta e Nafta, leader nell’economia della conoscenza, nelle biotecnologie, nell’audiovideo, nei servizi finanziari e non, nell’education, nelle nuove industrie, e con le vecchie industrie a loro volta rivitalizzate dai prezzi bassi dell’energia, dall’azzeramento della pressione fiscale e regolatoria.

Terminando la lettura del libro, è inevitabile provare malinconia per l’Italia. Per noi, infatti, checché ne dicano alcuni sovranisti alle vongole (intercambiabili rispetto ai loro opposti, gli europeisti quattro stagioni…), non sarebbe facile una scelta del genere. Non siamo la quinta economia del mondo. Non siamo la quinta potenza militare del pianeta. Non abbiamo una moneta forte come la sterlina. Abbiamo invece il terzo debito pubblico del mondo. E il nostro problema non sarà tanto trattare con i burocrati di Bruxelles (doveroso), ma confrontarci con la durezza implacabile dei mercati, terrorizzati dal nostro debito. Occorre preparare (qui lo scriviamo da mesi…) un “piano a” (le condizioni per rinegoziare la nostra permanenza) e un “piano b” (una exit strategy in caso – peraltro probabile – di collasso dell’euro). Ma servirebbe un De Gasperi sia per l’una sia per l’altra ipotesi. Non urlatori e improvvisatori. Ne riparleremo presto.

Intervistato dal Financial Times durante uno dei suoi settimanali pranzi con l’ospite, Hannah ha detto: «I populisti falliscono sempre alle loro condizioni». E quindi Brexit?, chiede l’intervistatore. «Voglio essere più preciso, i protezionisti falliscono sempre.  Finiscono sempre con il causare il più grande abbassamento del tenore di vita proprio per coloro che sono i loro più grandi sostenitori».

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Gabriele Carrer

Giornalista @ La Verità.