Venti d’elezioni nella perfida Albione uscente?

Elezioni in primavera nel Regno Unito, a distanza di meno di due anni dalle ultime generali che hanno premiato i conservatori, colpito i laburisti e schiantato i liberal-democratici. I sondaggisti erano tutti convinti che il partito allora guidato da David Cameron non sarebbe riuscito a conquistare la maggioranza assoluto (alcuni parlavano addirittura di un vantaggio del Labour) e sarebbe stato costretto ad un nuovo, secondo governo di coalizione con i libdem. Andò diversamente: i conservatori sono ora al governo nonostante Brexit ed il successivo cambio di leadership (fuori il posh-boy David Cameron, dentro Theresa, la figlia del vicario) mentre i liberal-democratici non possono che sperare nel loro europeismo e nella crisi alla loro sinistra per risollevarsi da quella debacle così grande quanto inaspettata.

Martedì William Hague, ex leader tory ed esponente di spicco della destra britannica, in un suo intervento sul Telegraph ha sostenuto le ragioni delle elezioni generali in questa primavera in nome della Brexit e per il bene del paese.  Secondo diversi commentatori potrebbe trattarsi di una mossa di pura tattica politica per far sì che il disegno di legge dell’articolo 50 passi con maggior facilità da Westminster. Da Downing Street hanno escluso ogni possibilità. Ma il consenso alle stelle dei conservatori e del premier Theresa May potrebbe convincere Downing Street a cercare quel mandato e quella legittimazione popolare che secondo alcuni manca come autorizzazione popolare per affrontare i negoziati e la Brexit.

Nel Regno Unito è in vigore dal 2011 il Fixed-term Parliaments Act 2011, frutto del governo di coalizione tra conservatori e liberal-democratici. Il primo ministro non può sciogliere il parlamento prima della fine dei cinque anni di mandato: ciò significa che le prossime elezioni hanno una data fissa, il 2020. Ma la seconda sezione della legge prevede due casi in cui si possono indire nuove elezioni.

  • Due terzi della Camera dei Comuni si impegna nell’andare alle urne annunciando che «si dovranno tenere elezioni anticipate».
  • Il governo viene sfiduciato e non si trova un’alternativa nei 14 giorni successivi.

A sinistra il leader laburista Jeremy Corbyn ha detto due mesi fa che nel caso in cui vi fosse un voto per sciogliere il parlamento, il Labour voterebbe a favore. Con il partito in subbuglio ed in crisi di consensi però elezioni anticipate rischierebbero di far saltare definitivamente la principale della sinistra britannica con una scissione tra il fronte vicino al leader e più orientato a sinistra e quello dei nostalgici del New Labour blairiano. I liberal-democratici, al contrario, potrebbero essere favorevoli: l’opportunità di sfruttare le debolezze laburiste è ghiotta. E a ciò si aggiunge la convinzione di poter godere del dibattito Brexit diventando l’unica voce del Remain (fu il 48% a votare per la permanenza solo lo scorso giugno)  e il trend positivo nelle recenti elezioni suppletive.

Dalle parti dei conservatori invece la questione è più complessa. La questione scozzese e le recenti elezioni nord-irlandesi con il loro lascito di ingovernabilità rappresentano le prime incognite circa la tenuta del Regno Unito durante ma anche dopo la Brexit.  l’incertezza che rimane significa che il DUP potrebbe non essere in grado di essere invocata per sostenere la maggioranza di lavoro del governo di 16. Siamo ancora nella calma prima della tempesta Brexit. Non solo. Sarebbe complicato per il premier andare a Bruxelles nel bel mezzo dei negoziati e comunicare ai leader europei che i tempi, già più lunghi dei due anni sanciti per legge come hanno confessato tutti gli interessati, si allungheranno ancora perché lei ha deciso che il Regno Unito ha bisogno di elezioni anticipate. A Bruxelles difficilmente comprenderebbero le ragioni.

Certo, i conservatori sono convinti che lasciare troppo tempo ai laburisti per riorganizzarsi e sostituire il leader Corbyn con un candidato più moderato e centrista (torna dagli States David Miliband? Oppure si pensa a Chuka Umunna o Sadiq Khan?). Ma come racconta una fonte di Downign Street al Times, a Theresa May non piace giocare d’azzardo e ha scelto ormai da mesi di “restare”. Se i conservatori riusciranno a guadagnare qualche seggio a Westminster tramite le elezioni suppletive bene. Ma di elezioni anticipate la figlia del vicario non pare volerne sapere. Già la Brexit le appariva, a lei Remainer seppur critica verso l’UE, un azzardo neanche un anno fa…

Infine, un’occhiata ai sondaggi più recenti firmati YouGov. Con una piccola nota: non si vota con il sistema proporzionale ma con quello maggioritario. Per rendere l’idea delle differenze tra i due sistemi: l’Ukip al 12% di consensi difficilmente conquisterebbe più di un seggio (c’entrano organizzazione e presenza territoriali ed altro, non solo il sistema in sé). Secondo Electoral Calculus i conservatori avrebbero una maggioranza di 100 deputati. Per rendere l’idea delle differenze tra i due sistemi:

 

 

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Gabriele Carrer

Giornalista @ La Verità.