Cento settimane per dirsi addio. Il prologo

Allacciate le cinture, si parte. Rimane da capire una cosa: dove si va?
L’ha annunciato oggi Theresa May alla Camera dei Comuni (qui il live da Westminster) dopo che il suo uomo a Bruxelles, Sir Tim Barrow, ha consegnato al presidente del Consiglio Donald Tusk, la lettera con cui il governo di Londra ha notificato all’Unione europea l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che disciplina l’uscita di uno Stato membro: Londra si prepara a lasciare l’Ue. Una missiva vergata dal primo ministro in persona al Cabinet table (la scrivania del governo a Downing Street), sotto gli occhi vigili del primo capo di governo britannico, Sir Robert Walpole. E così, dopo la vittoria del Leave nelle urne dello scorso 23 giugno, ora è tempo dei negoziati. Poi, entro l’inizio del 2019 sarà Brexit.
Sarà «un viaggio epocale» verso la libertà dall’Ue dopo un voto con cui i cittadini britannici «hanno deciso di riprendere il controllo del proprio Paese», ha detto il premier May che ha ribadito l’impegno a stipulare un accordo che soddisfi tutti i cittadini di Sua Maestà, nell’ottica di realizzare, assieme alla Brexit, una società che funzioni per tutti, senza lasciare indietro nessuno. Perché, ha continuato, il Regno Unito è «una grande unione delle persone e delle nazioni, con una storia gloriosa e un futuro luminoso. E, ora che è stata presa la decisione di lasciare l’Unione europea, è il momento di unire le nostre forze». Il riferimento è chiaro, alle pulsioni indipendentiste scozzesi e ai timori per un nuovo «muro» al confine con l’Irlanda.

COME E IN QUANTO TEMPO
I tempi del divorzio sono noti. Come scrive Il Sole 24 Ore, «l’Articolo 50 concede due anni dall’attivazione, con possibilità di proroga se le parti sono d’accordo. Considerando i passaggi parlamentari necessari per le ratifiche finali, il termine realistico da rispettare per un’intesa è la fine del 2018». Il 29 marzo 2019, scaduti cioè i due anni dall’attivazione dell’articolo 50, la Gran Bretagna lascerà l’Unione Europea. L’eventuale estensione dei tempi del negoziato sarà possibile solo con l’accordo di tutti i 28 Paesi coinvolti.
Al contrario, come sempre quando si tratta della lady di Downing Street, di dettagli a disposizione ne abbiamo ben pochi – la discrezione, a tratti irritante, di Theresa May è nota ormai presso ogni governo e cancelleria del mondo. Lei ha promesso una Brexit pulita, una «clean Brexit», che permetta al suo Paese un approccio globale dopo essersi liberato dai vincoli comunitari per abbracciare il commercio mondiale, «costruendo relazioni con i vecchi amici e i nuovi alleati. Quindi l’intento appare quello di intraprendere una «hard Brexit» per tornare in controllo dei confini e delle leggi anche a costo di dover rinegoziare un accordo di scambio con l’Ue, dopo aver deciso di lasciare il mercato unico. Ma la strada verso la Brexit è segnata, anche se alcuni intoppi potrebbero essere dietro l’angolo per Londra. A partire dalle aspirazioni indipendentiste della Scozia, per quanto mascherate da europeismo, e l’instabilità in Irlanda del Nord (ne ho scritto per Pagina 99). Sulla Verità in edicola oggi (anche in digitale, qui) trovate un’intera pagina da me curata con analisi e scenari, tempi e modalità, possibili ostacoli e opportunità del divorzio tra Regno Unito e Unione europea. L’unica cosa certa, per ora, è Londra continuerà ad assicurare il pieno rispetto di diritti e obblighi europei nei confronti dei cittadini ue residenti nel Regno Unito fino al giorno in cui il Regno Unito uscirà dall’Unione europea.

UNA FARFALLA BRITANNICA
Chi è iscritto da tempo a questa newsletter (nata, tra l’altro, il 23 giugno scorso, nella giornata del referendum che ci ha condotto fino a qui) conosce – o avrà quantomeno intuito – la mia passione per una testata britannica, lo Spectator; ed in particolare per una copertina del settimanale riferimento del pensiero conservatore britannico, che un giorno dello scorso agosto mi ha aperto le porte (ho raccontato la mia visita sul Foglio). Quella che trovate poco sotto è la copertina in questione, e ispecchia perfettamente l’idea che frulla nelle menti di coloro che hanno voluto Brexit da posizioni liberali e non populiste (quelli che l’hanno vinta quella battaglia, come mi ha raccontato il Ceo della campagna per l’uscita, Matthew Elliott, in una chiacchierata di qualche mese fa per Il Foglio), l’impostazione che, almeno nella retorica, sembra condivisa da Theresa May: la farfalla britannica che si alza in volo dopo aver abbandonato una scatola europea che l’ha imprigionata per anni.

Funzionerà? Chi sostituirà Londra (Milano?) come centro finanziario europeo?
I profeti dell’Apocalisse dicono che oltre l’Ue non c’è futuro; i sostenitori del ritorno agli Stati nazionali sono convinti che Brexit sarà un modello per tutti. Vedremo chi ha ragione, se il Regno sarà ancora unito, se lo sarà l’Unione europea. Io proverò a raccontarvelo ogni domenica in questo viaggio (di cui state leggendo il prologo) che ho deciso di ribattezzare “Cento settimane per dirsi addio”.
Vi lascio con tre grafici su cui riflettere (e su cui cliccare per maggiori informazioni). A domenica!
LE REAZIONI DEI PRINCIPALI GIORNALI IN EDICOLA OGGI (C’era una volta l’entusiasmo europeista anche sulla carta stampa, scrive il Guardian)

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Gabriele Carrer

Giornalista @ La Verità.