Brexit, abbiamo un problema. Di passaggio?

Secondo le indiscrezioni pubblicate dalla Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung, il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, sarebbe «dieci volte più scettico» rispetto a prima «su una soluzione positiva dei negoziati sulla Brexit con il Regno Unito» , e il suo entourage considererebbe che la probabilità di un fallimento sia «superiore al 50%».

Juncker lo avrebbe spiegato alla cancelliera tedesca Angela Merkel, chiamandola la mattina dopo l’incontro con la May di mercoledì. Così Angela ha rotto la tregua: «I Paesi con lo status di Paesi terzi, come sarà la Gran Bretagna, non possono avere e non avranno gli stessi diritti o addirittura più diritti di un Paese membro», ha tuonato la cancelliera tedesca. «Questo può sembrare ovvio. Ma lo devo dire così chiaramente perché ho l’impressione che alcuni in Gran Bretagna si facciano ancora illusioni su questo fronte e questo è uno spreco di tempo». Theresa May ha fiutato l’aria e l’ha fatto sapere: «I 27 Paesi europei si stanno coalizzando contro di noi, e al tempo stesso i nostri oppositori vogliono far deragliare i negoziati».  Che le rivelazioni sia stata affidate proprio alla Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung, vicini alla signora di Berlino, alimentano i sospetti di accerchiamento.

Ma sia l’Ue che il Regno Unito hanno dimostrato in queste settimane i loro punti deboli. La prima, poco che il Consiglio europeo ha approvato in pochissimi minuti di seduta le linee guida sulla Brexit,  appare un’accozzaglia di interessi nazionali che rischiano di minare la compattezza che sarebbe necessaria in questo momento storico, di Brexit e populismi. Tutti d’accordo – almeno per ora – sui 60 miliardi di euro che Londra deve versare a Bruxelles prima di divorziare, sull’ultima parola di Madrid sulla contesa di Gibilterra e sulla proposta che prevede, in caso di riunificazione dell’Irlanda, che il Nord entrerà a far parte automaticamente dell’Ue. Ma quale il primo Paese ad alzare la testa e rivendicare le sue priorità: Polonia e Italia per i diritti dei lavoratori emigrati? Oppure i Paesi che Nord che vogliono salvaguardare i loro rapporti commerciali? O ancora i Baltici che premono perché il Regno Unito rimanga stretto partner sulla difesa. E che fine faranno l’Autorità bancaria europea e l’Agenzia europea del farmaco? Quest’ultima, tra l’altro, ha un contratto d’affitto a Londra che scade nel 2039 e senza clausole di rescissione. Ma in due anni, accordo o non accordo, Brexit sarà realtà.

Le pubblicazioni raccontano anche di qualche problemino a Londra. Il divorzio è faccenda complessa che necessità di esperienza e capacità, ma soprattutto di un piano. Alberto Nardelli di Buzzfeed ha sintetizzato in quattro tweet i punti deboli di Londra.

 

Rimane da capire a chi convenga la soluzione «no deal». Va dicendo Theresa May che è meglio nessuno accordo piuttosto che un pessimo accordo. Dall’altra parte c’è l’Ue che sembra quasi rassegnata davanti all’impreparazione di Londra. Che siano solo scaramucce e strategie negoziali in vista di un accordo transitorio che sarà il frutto dei due anni di negoziati prima della vera e propria Brexit che avverrà in tempi più lunghi (7/10 anni)? Senza dimenticare la possibilità, prevista dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona che disciplina l’uscita di uno Stato membro dall’Ue, di un allungamento dei tempi delle trattative. Servirà però in tal caso l’unanimità dei 27 Paese comunitari.

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Gabriele Carrer

Giornalista @ La Verità.